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Foto LEITMOTIV 2 IV

Intervista con Groove On

A distanza di quindici anni dalla vostra formazione e di sette dal vostro esordio, chi sono e chi erano i Leitmotiv?

I Leitmotiv sono quattro persone che si conoscono da molto tempo, che condividono la stessa passione e hanno la stessa energia degli esordi per provare a realizzare il sogno di fare, compiutamente, della loro musica la principale fonte di sostegno delle loro vite. Con fatica, orgoglio ed entusiasmo sono arrivati al loro quarto album in studio e non è poco. Con gli anni qualcuno dei fondatori è andato a vivere altrove (Giovanni Sileno vive fuori dall’Italia da anni ormai) ma il nucleo storico è lì intatto e più entusiasta che mai. Con gli anni la maturità e la consapevolezza sono aumentate e forse quella sfrontata, folle incoscienza degli inizi, come è normale che sia, si è attenuata. Nel contempo sono diventati un pò più capaci perchè non hanno mai smesso, finora, di voler migliorare e guardarsi attorno. Sono ancora quattro vagabondi sognanti.

 

I Vagabondi è un disco molto intenso, ma come nasce e cosa vuole raccontare?

Nasce in due fasi quasi parallele: durante il tour precedente e nelle sue pause o dopo la sua fine. La sua intensità deriva dal fatto che è un collage di molte suggestioni prese altrove e poi ricomposte dalla nostra prospettiva, metà naturale e metà industriale. Siamo immersi in una zona rurale dove componiamo ma ci arrivano gli echi metropolitani e controversi di Taranto. Racconta del nostro modo di vivere e reagire a questo mondo: avendone paura, fuggendone nei sogni, apprezzando le piccole cose,  fotografando quella realtà che è lontana ma ti somiglia (Milano) o il tuo paese del Sud che è immobile e brutalmente bellissimo nonostante gli anni. E dell’essere “vagabondi”: in fondo nonostante la sua accezione quasi negativa il vagabondaggio è anche un antidoto all’omologazione. Ricordo in tal senso delle riflessioni interessantissime di De Andrè sui rom e sul senso del viaggio.

 

L’eterogeneità è una vostra caratteristica ed in quest’ultimo lavoro si affacciano anche dei suoni elettronici, come procede la costruzione dei vostri brani?

Mai avuto un metodo univoco, mai avuto un approdo certo, mai amato particolarmente le etichette. È giusto che chi ci ascolta provi ad inquadrarci: noi non lo vogliamo nè lo sapremmo fare. Per anni  i suoni elettronici li abbiamo un pò ignorati poi pian piano ci hanno intrigato e abbiamo cominciato a sperimentare con loro mantenendo, o almeno provandoci, una nostra personalità. Ma suonare è un continuo provare a sorprendersi

 

Avete ottenuto spesso i favori della critica e del pubblico riuscendo a sperimentare mantenendo i confini della forma canzone. Cosa vi aspettate per il vostro quarto disco e per il prossimo tour?

Credo che nonostante non abbiamo ancora compiuto quel salto tanto atteso in termini di numeri di pubblico e visibilità, abbiamo costruito una casa con delle fondamenta, una nostra personale cifra. E questo critica e pubblico, non solo il più affezionato ce lo ha sempre riconosciuto e continua, perfortuna, a farlo. Non abbiamo, come dicevo sopra, mai voluto fare canzoni classiche e basta e forse una certa dose di follia e coraggio ci vuole in questo. Di sicuro  ci aspettiamo di poter fare arrivare la nostra musica a quanta più gente possibile, di  raggiungere quanti più posti in Italia e non solo e di allargare i nostri orizzonti, di stupire e stupirci. É un disco che può permetterci di farlo, ma sta a noi confermarsi e lavorare sodo.  Non vediamo l’ora di suonarlo in giro e sentirne gli umori e le reazioni.

 

Nella dimensione live cambia qualcosa rispetto allo studio?

Un disco vive nei live, non solo nell’ascolto a casa. É dal vivo che le canzoni nascono prima di essere fermate in un supporto ed è lì che hanno vita propria. E la cosa stupefacente è che ogni sera la stessa canzone può sembrare e suonare diversa. Quela del palco poi è sempre stata una dimensione amata per noi. Alcune di queste ultime canzoni hanno un piglio immediato che trova nel live lo sfogo migliore e non ho usato a sproposito questo sostantivo! Suonerà diverso, in una dimensione letteralmente vagabonda.

 

Salutate i lettori di GrooveOn consigliandogli tre album da ascoltare?

  • Cominciamo con un omaggio al grande musicante Pino Daniele e di lui scegliamo il secondo album “Pino Daniele” : un esempio di confini musicali larghissimi ma con radici ben piantate al sud.
  • Poi un altro grande musicista, Alberto Fortis, forse troppo sottovalutato, anch’egli col suo album omonimo “Alberto Fortis” del 1978, negli anni d’oro della discografia italiana.
  • Last but not least (stavolta abbiamo scelto e ci fa piacere solo artisti italiani) : “Anima Latina” di Lucio Battisti. Ancora in quegli anni. Un must. Ma teniamo a sottolineare che di buona musica se ne scrive anche nel 2015!
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